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VENEZIA-VENETIA

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La Costituzione veneziana: l'Avogaria de Comun
L'Avogaria de Comun era un'antichissima magistratura, come indica lo stesso nome: risale infatti all'epoca comunale (XII secolo).
Compito dei tre avogadori era di tutelare il principio di legalità, ossia la correttezza nell'applicazione delle leggi.
Gli avogadori non raggiunsero mai il prestigio ed il potere dei Dieci, tuttavia rimasero pur sempre una delle magistrature più autorevoli sino alla caduta della Repubblica.
Le magistrature della Costituzione veneziana si controllavano reciprocamente; ogni magistrato poteva essere inquisito e gli avogadori, loro stessi incriminabili, potevano accusare persino il Doge e i membri del Consiglio dei X.
Gli Avogadori controllavano anche la "purezza" del corpo aristocratico, ossia la legittimità dei matrimoni e delle nascite dei patrizi iscritti al Libro d'oro, la cui compilazione era appunto affidata all'Avogaria.
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La Costituzione veneziana: il Consiglio dei X

Istituito nel 1310 col compito di giudicare gli aderenti alla fallita congiura Querini-Tiepolo (uno degli ultimi tentativi esperiti tra le lagune di trasformare il Comune in Signoria), questo organismo divenne ben presto stabile, con il compito precipuo di provvedere alla sicurezza dello Stato.
Un tale assunto era suscettibile di essere interpretato nei termini più estesi, in quanto la sfera di competenza di questa magistratura investiva in pratica ogni settore della vita pubblica: ortodossia religiosa, politica estera, spionaggio, controllo sociale, difesa della compagine statale.
Di qui l'inarrestabile processo di ampliamento dei poteri dei Dieci (diciassette, a dire il vero, perché, oltre agli eletti, facevano parte del consesso il doge ed i suoi consiglieri), favorito dalla sempre più evidente necessità - conseguente alla politica di espansionismo territoriale realizzatasi soprattutto nel corso del XV secolo - di un superiore organo decisionale ai vertici della compagine statale; una crescita accompagnata dal sorgere del mito di un tribunale potente e spietato, posto al servizio dell'oligarchia dominante.
Una tal fama venne senza dubbio favorita dal fatto che il Consiglio dei X (e quella sua emanazione che, a partire dal 1539, furono gli Inquisitori di Stato) nel giudicare procedette con rito segreto ed abbreviato, così da emettere le sue sentenze (giuste o sbagliate che fossero) in tempi rapidissimi: a titolo di esempio, si pensi che il conte di Carmagnola, trionfatore nel 1427 alla testa delle truppe venete, pochi anni dopo veniva accusato imprigionato processato e giustiziato nel giro di soli ventisei giorni.
Tuttavia, contro il rafforzamento dei poteri dei X, intervenne più volte il Maggior Consiglio, che riuscì a ridimensionarne le prerogative nel 1582, 1628, 1762, mantenendo in tal modo l'equilibrio istituzionale fra i massimi organi dello Stato.


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COMUNICAZIONE INSERITA giovedì 16 Aprile/2009

Il Doge di Venezia
Il Doge era il più alto magistrato della Repubblica di Venezia, lungo gli oltre mille anni in cui si snodano le sue vicende storiche. La parola deriva dal latino dux, che significa guida, capo. Era la massima autorità e aveva in origine una funzione non molto diversa da quella di altri signori medievali. Nel tempo, a partire dal XII secolo, i suoi poteri vennero sempre più limitati.
Eletto con una procedura complicatissima all'interno delle più importanti famiglie aristocratiche veneziane riunite nel Maggior Consiglio, manteneva la carica a vita.
Non aveva potere deliberativo, esecutivo o giudiziario, né gli era concesso di svolgere da solo alcuna funzione di governo o di rappresentanza. Inoltre, poteva lasciare il Palazzo solo in compagnia di membri del governo ed uscire dalla città per qualche giorno solo previa licenza.
Ma il doge rappresentava lo Stato e la sua figura era carica di innumerevoli e importantissime valenze simboliche: alla sua morte, quando venivano spezzati l'anello ed i sigilli del Principe defunto, la macchina dello Stato cessava di funzionare. Ovviamente questa paralisi amministrativa imponeva tempi rapidi per la nomina del successore, che avveniva in forma solenne e rimetteva in moto la complessa amministrazione della Serenissima.
L'ultimo doge, Ludovico Manin, rimette il suo mandato al Maggior Consiglio il 12 maggio del 1797.
Quattro giorni dopo viene firmato il trattato tra la Repubblica veneta e la Repubblica francese ed emanato l'ultimo proclama del doge che annuncia la Costituzione della Municipalità provvisoria.
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Le Scuole di Venezia
Nella città di Venezia, le prime associazioni di lavoratori risalgono all'XI secolo. A partire dal 1200 nacquero confraternite laiche che eleggevano un santo protettore e alle quali aderivano cittadini di ceto medio: erano le Scuole.
Con il termine scuola si deve intendere l'edificio che ne era sede ed anche l'insieme di individui che si riunivano per salvaguardare gli interessi di un determinato lavoro da cui il nome di "Scuole d'arte e mestieri", oppure, nel caso di apprendimento delle virtù cristiane, si trattava di "Scuole di Devozione o Confraternite".
Dal 1261 la Repubblica istituì due magistrature che avevano mansioni di controllo delle merci ed il compito di approvare le Mariegole (madre regola), ossia gli atti istitutivi delle Scuole. Le più numerose riunivano gruppi di artigiani in base alla professione svolta. In tal caso la mariegola costituiva anche una sorta di albo professionale. Ricordiamo ad esempio le Scuole dei Calegheri (calzolai), dei Battiloro (orafi), dei Mureri (muratori).
All'inizio del XV secolo esistevano a Venezia tre tipi fondamentali di confraternite: le Scuole comuni (o Scuole di devozione), le Scuole artigiane, confraternite associate ad una corporazione artigiana o commerciale e le Scuole dei Battuti. Queste ultime erano sorte sull'esempio del movimento dei flagellanti, chiamati anche disciplinati o battuti, sorto a Perugia nel 1260. Il movimento aveva diffuso l'autoflagellazione pubblica come atto di penitenza per la redenzione non solo individuale, ma anche dell'intera collettività.
Nel 1467 la suddivisione delle Scuole trovò conferma nella terminologia ufficiale: le scuole comuni, o scuole di devozione, e le artigiane vennero a formare un ampio substrato di "Scuole piccole", mentre i Battuti avrebbero assunto un ruolo dominante fino a diventare le "Scuole grandi" (o Scolae Magnae), una peculiare creazione veneziana sotto il controllo del Consiglio dei Dieci. I patrizi veneziani aderivano solamente alle "Scuole grandi".
Le cospicue donazioni e autotassazioni dei confratelli delle Scuole Grandi, rendevano disponibile molto denaro liquido che poteva essere investito in prestiti, in immobili, per reperire i fondi per sostenere lo sforzo bellico della Serenissima o per arricchire la propria sede con le opere di quotati artisti quali Tintoretto, Paolo Veronese, Jacopo Palma il Giovane, Carpaccio.
Nel XVI secolo si elencavano sei Scuole Grandi, sedi di associazioni caritatevoli: la Scuola Grande di San Teodoro (1258), la Scuola Grande di Santa Maria della Carità (1260), la Scuola Grande di San Marco (1261), la Scuola Grande di San Giovanni Evangelista (1261), la Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia (1308,) la Scuola Grande di San Rocco,(1478); a queste si aggiunse nel XVII secolo la Scuola Grande dei Carmini.
Il giorno in cui si celebrava il patrono di una confraternita, veniva tenuta una processione mentre, il 25 aprile, festa di San Marco, ogni Scuola si recava in corteo nella Basilica, esponendo il proprio stendardo.
Molte Scuole riunivano associazioni di lavoratori stranieri a Venezia: Albanesi, Dalmati, Bergamaschi, Greci e di altre provenienze, fornendo alla comunità straniera assistenza economica, avviamento al lavoro, aiuti spirituali e materiali. Fra le Scuole di stranieri arrivate fino ai giorni nostri ricordiamo la Scuola Dalmata di San Giorgio degli Schiavoni, famosa anche per le storie dipinte da Vittore Carpaccio.
Dopo la caduta della Repubblica di Venezia (1797), le Scuole furono soppresse per editto napoleonico (1806 - 1807), ma nel corso dell'Ottocento alcune, tra cui la Scuola di San Giovanni, furono ricostruite. Cinque sono le Scuole oggi ancora esistenti, quattro grandi (Carmini, San Giovanni, San Rocco, San Teodoro) ed una "nazionale" (Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone).
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COMUNICAZIONE INSERITA giovedì 11 FEBBRAIO /2010

La Scuola Grande di San Marco
La Scuola fu istituita, nel 1260, presso la demolita chiesa di Santa Croce, nell'area degli odierni Giardini Papadopoli, per ospitare una confraternita con scopi religiosi e umanitari.
Nel 1437 fu costruita una nuova sede, in un'area concessa dai Domenicani, vicino alla Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. Purtroppo, nel 1485, questa sede fu devastata da un grande incendio.
Nel giro di venti anni la Scuola venne ristrutturata, grazie al fondo che la confraternita istituì tra i suoi affiliati ed all'appoggio dato dal Consiglio dei Pregadi.
I lavori, diretti inizialmente da Pietro Lombardo e Giovanni Buora, furono affidati, nel 1490, a Mauro Codussi, che realizzò lo scalone interno e completò la facciata rinascimentale asimmetrica con ricche decorazioni in marmi policromi. Nel XVI secolo fu realizzato il prospetto verso il Rio dei Mendicanti, pare con il contributo di Jacopo Sansovino.
La decorazione marmorea e gli altorilievi della parte inferiore della facciata (due Leoni marciani e storie di San Marco) vengono attribuiti alla bottega dei Lombardo.
È oggi sede dell'Ospedale Civile.
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COMUNICAZIONE INSERITA giovedì 220 prile /2010
Le Scuole di Venezia: La Scuola Grande di San Rocco
La Scuola Grande di San Rocco, situata in un palazzo veneziano, nel sestiere di San Polo, nacque come confraternita formata da cittadini veneziani benestanti nel 1478 e divenne particolarmente prospera verso il 1515.
Nell'anno 1478, il Consiglio dei Dieci, organo delegato della Serenissima Repubblica al riconoscimento e regolarizzazione delle confraternite a Venezia, diede il proprio assenso all'istituzione della Scuola di San Rocco, santo protettore delle vittime della peste a cui si votò la città di Venezia per chiedere la grazia durante la prima delle tre grandi epidemie di peste, quella appunto del XV secolo.
Nel 1485 la Scuola entrò in possesso della reliquia del santo: a quel punto risultava indispensabile realizzare una sede appropriata all'importanza del tesoro custodito e capace di accogliere le migliaia di persone che ogni anno si sarebbero recate per rendere omaggio. Nel 1489 la Scuola avviò la costruzione di una propria chiesa, dedicata a San Rocco, che venne consacrata nel 1508. La decisione di costruire un grande edificio da destinare a nuova sede della Scuola risale al 1499 e precede di almeno 25 anni la stipula effettiva del contratto di compravendita del terreno necessario. Nei primi decenni del XVI secolo fu affidato a Bartolomeo Bon l'incarico di occuparsi della costruzione della nuova sede, ma crescenti e costanti dissapori con la committenza della Scuola, portarono all'allontanamento del Bon; nel 1524 al suo posto vennero chiamati i fratelli Lombardo (Sante e Giulio). Al momento del loro intervento, probabilmente l'edificio si presentava completato del piano terra e quindi impostato nella sua struttura essenziale. Purtroppo anche i nuovi incaricati non trovarono l'ambiente ideale per concludere l'opera tanto che nel 1527 venne definitivamente affidato l'impegno ad Antonio Abbondi detto lo Scarpagnino al quale dobbiamo la conclusione della facciata sul campo e la realizzazione dello scalone interno di collegamento: l'edificio fu terminato verso la metà del secolo.
La Scuola Grande di San Rocco rappresenta un momento importante nella storia della pittura veneziana del XVI secolo; la decorazione della Sala dell'albergo fu affidata a Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, che con un'abile operazione d'immagine, donò alla Scuola una tela di grande valore artistico che fu molto apprezzata tanto che si decise di non cambiare lo stile per gli altri teleri. Il Tintoretto ha realizzato il meraviglioso ciclo di teleri nelle tre Sale tra il 1564 e il 1588. Le tele che decorano la Sala Terrena sono dedicate ad episodi della vita della Vergine e dell'infanzia di Cristo; nella Sala Superiore sono rappresentati episodi tratti dal Vecchio e dal Nuovo Testamento, mentre, nella Sala dell'Albergo ritroviamo sul soffitto San Rocco in gloria, circondato dalle figurazioni allegoriche delle altre Scuole veneziane: San Giovanni Evangelista, San Marco, San Teodoro, della Carità e della Misericordia. Le tele che ricoprono le pareti sono dedicate alla Passione e Morte di Cristo. La rappresentazione delle storie dell'antico e del nuovo Testamento e i dipinti costituivano la catechesi dei Confratelli che potevano in quelle opere leggere la Bibbia. Il Tintoretto ha inteso utilizzare la luce come elemento principale della sua opera.
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Monasteri e conventi nelle isole della Laguna di Venezia: il Monastero dell'isola di San Giorgio Maggiore
L'attuale isola di San Giorgio, all'epoca dei primi dogi, intorno al 700, era chiamata Isola dei Cipressi. Contava pochi abitanti che lavoravano in una salina ed in un mulino a vento; nel 790 fu edificata una chiesetta dedicata a San Giorgio, al cui nome fu aggiunto l'appellativo "maggiore" per distinguerla da un'altra chiesa costruita su un'isoletta della laguna chiamata San Giorgio in Alga.
Nel 982 l'isola, fu rinominata Memmia, dal nome del doge Tribuno Memmo che la donò al monaco benedettino, Giovanni Morosini. Il religioso fece costruire un monastero adiacente alla piccola chiesa e ne divenne il primo abate. Il Morosini ebbe tra i suoi scolari San Gerardo Sagredo. Dopo essere stato per venticinque anni guida e modello per i suoi monaci, l'Abate Morosini morì nel 1012.
Con il passare degli anni frequenti e cospicue donazioni permisero di ampliare il monastero che divenne uno dei maggiori centri europei in campo teologico, culturale e artistico. Nella prima decade del 1100, quando era doge Ordelaffo Falier, secondo la leggenda fu traslato nella chiesa il corpo di Santo Stefano, il primo martire cristiano, così per molti secoli si festeggiò la sua ricorrenza con grandi celebrazioni nell'antistante Bacino di San Marco.
L'isola è ricordata anche come teatro di avvenimenti storici come il famoso incontro fra papa Alessandro III e il Barbarossa nel 1177 promosso dal doge Sebastiano Ziani (che morì nel 1178 e fu sepolto nel monastero, come anche il doge Pietro Ziani, nel 1230).
Nel 1433 i padri benedettini accolsero Cosimo de' Medici il vecchio in esilio da Firenze, che lasciò al monastero di San Giorgio una collezione libraria e i disegni di Michelozzo per una nuova biblioteca.
L'architetto Andrea Palladio, nella seconda metà del '500 progettò oltre alla facciata classicheggiante della chiesa, anche il chiostro ed il refettorio destinato ad ospitare la grande tela "Le Nozze di Cana" di Paolo Veronese. Nel '600 nuovi lavori commissionati all'architetto Baldassarre Longhena elevarono ulteriormente il contenuto artistico dell'isola.
Alla fine del '700 Napoleone Bonaparte, sceso in Italia, fece portare in Francia molti capolavori custoditi a San Giorgio fra cui anche il dipinto "Le nozze di Cana" oggi esposto al Louvre.
Con il passaggio di Venezia agli Austriaci sancito dal Trattato di Campoformio nel 1797 ci furono ulteriori danni per il monastero benedettino che venne chiuso nel 1807, l'isola divenne porto franco, fu costruita la darsena ancora presente oggi e spaziosi magazzini.
Dopo i moti rivoluzionari del 1848 e fino all'annessione di Venezia al Regno d'Italia, nel 1866, l'isola mantenne una funzione di presidio militare. Il lento degrado si fermò solo con l'acquisto dell'intera isola da parte del conte Vittorio Cini che fece restaurare l'antico monastero benedettino destinato ad ospitare la sede della Fondazione Giorgio Cini istituita nel 1951, in memoria del figlio Giorgio, morto in un incidente di volo nel 1949.
È possibile visitare il complesso monumentale. Codess Cultura tel. 041 5240119 www.cini.it
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Monasteri e conventi nelle isole della Laguna di Venezia: San Lazzaro degli Armeni
San Lazzaro degli Armeni è una piccola isola nella laguna veneziana, ad ovest del Lido, a due chilometri da Venezia.
L'isola fu dapprima abitata dai Monaci Benedettini e a partire dal XII secolo, essendo nella posizione ideale per lo stazionamento in quarantena, in quanto comoda da raggiungere e nello stesso tempo distante dal centro storico, fu destinata a lebbrosario (lazzaretto), gestito da diverse congregazioni religiose; prese quindi il nome da San Lazzaro mendicante, patrono dei lebbrosi.
Il complesso venne abbandonato nel XVI secolo, ma nel 1717 il Senato della Serenissima permise all'Abate Mechita di Sebaste, fondatore della comunità mekhitarista a Istanbul, di stabilirsi sull'isola con un gruppo di monaci armeni che erano fuggiti dalla persecuzione turca ad Istanbul. Mekhitar ed i suoi diciassette monaci iniziarono in quel periodo il restauro dell'antica chiesa che versava in stato di abbandono, fondarono un monastero e ingrandirono di quattro volte l'isola fino alla attuale grandezza di 3 ettari. Poco a poco l'Abate fece costruire il chiostro e i locali per la Pinacoteca e la Biblioteca, che vanta cinquantamila volumi e manoscritti armeni.
Dopo la morte di Mechitar (1749), fu costruita l'ala con la nuova sede della prestigiosa tipografia, che nel corso del XIX secolo pubblicò opere in trentasei lingue e dieci alfabeti diversi oltre alla stampa di opere scientifiche, letterarie e religiose che venivano tradotte in armeno da diversi idiomi. L'istituzione dei Padri Armeni Mechitaristi, si arricchì con lasciti di facoltosi armeni.
Il monastero sfuggì alle soppressioni napoleoniche in quanto Napoleone considerò la Congregazione dei Padri Armeni un'accademia letteraria.All'interno del convento si trovano oltre alla stamperia di fine '700, una pinacoteca, un museo con oltre 4.000 manoscritti armeni e molti manufatti arabi, indiani ed egiziani, raccolti dai monaci o ricevuti come regali e la mummia egizia del sacerdote Nemen Khet Amen avvolta in un telo di perline originale. Nella biblioteca si possono ammirare molte opere d'arte di Palma il Giovane, Sebastiano Ricci, Jacopo da Bassano, Alessandro Varotari detto il Padovanino, Gian Battista Tiepolo.

Sono ammesse solo visite guidate dai padri del monastero. Telefono: 041 5260104
Web: www.mekhitar.org
Collegamenti da San Zaccaria: Linea 20 ACTV
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MAPPAMONDO CUORE
Il Mappamondo turco-veneziano in forma di cuore
14 luglio 2010, ore 17.00
Antisala della Libreria Sansoviniana
(Venezia, Piazzetta San Marco 13/a)


Il Mappamondo
Prosegue il ciclo di incontri intitolato “Un capolavoro al mese” - appuntamento fisso per tutto il 2010 - con il quale la Biblioteca Nazionale Marciana intende divulgare e valorizzare il suo prezioso patrimonio artistico, librario e documentario invitando i cittadini a conoscere più da vicino i suoi tesori.

Il sesto incontro, fissato per mercoledì 14 luglio, alle ore 17.00, nell’Antisala della Libreria Sansoviniana (ingresso: Piazzetta San Marco 13/a, Venezia) vedrà questa volta come protagonista il Mappamondo turco-veneziano in forma di cuore.

Introduzione di Maria Letizia Sebastiani (direttore della Biblioteca Nazionale Marciana).
Interventi di: Piero Falchetta (Biblioteca Nazionale Marciana) e Giampiero Bellingeri (Università Ca’ Foscari di Venezia).



Il Mappamondo turco-veneziano in forma di cuore, corredato di fitte iscrizioni e notizie geografiche in lingua turca, con due piccoli globi celesti e una sfera armillare nella parte inferiore, misura nel complesso 1096 x 1066 mm.

Ritenuto tradizionalmente opera del tunisino Haji Ahmed, esso è in realtà espressione di un piano editoriale a più mani concepito a Venezia negli anni 1559-1568 e destinato al mercato ottomano.

In occasione della presentazione sarà possibile ammirare una delle 24 stampe ricavate dalle stesse matrici dallo stampatore Pinelli, dopo il ritrovamento del 1795.

Nell’Antisala, inoltre, sono esposte anche le sei matrici lignee cinquecentesche che compongono il Mappamondo. I legni, ritrovati nell'archivio del Consiglio dei Dieci nel 1795 e da allora custoditi nella Pubblica Libreria di San Marco, sono stati recentemente restaurati grazie al contributo di Soroptimist International che ha finanziato anche la nuova teca espositiva.


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COMUNICAZIONE INSERITA giovedì 15 LUGLIO /2010
La Torre Massimiliana a Sant'Erasmo

Sant'Erasmo è la più ampia delle isole lagunari, con una superficie di oltre 320 ettari.
La Torre Massimiliana fa parte del complesso del Forte di Sant'Erasmo o Forte Massimiliano, una piazzaforte costruita dai francesi e rimaneggiata dagli austriaci su precedenti installazioni difensive. Il sistema difensivo della laguna di Venezia era un insieme di opere di fortificazione realizzate dalla Serenissima e dai vari imperi che si sono succeduti (francese, austriaco, Regno d'Italia) a protezione della città e della laguna Veneta. Verso il XVI° secolo, furono rafforzate ulteriormente le difese lagunari e fu realizzato il Forte di Sant'Erasmo a Venezia.
La torre, fortezza ottocentesca posta sull'isola all'estremità che si rivolge al Lido, fu costruita tra il 1843 ed il 1844 per volontà dell'arciduca Massimiliano Giuseppe d'Austria-Este, che vi trovò rifugio allo scoppio della Prima guerra d'Indipendenza, nel 1848.
La costruzione segue un'architettura simile alle altre del genere volute dagli austriaci. Alta appena due piani, la torre ha una base poligonale di 25 m di diametro ed è circondata da un fossato acqueo. Sul ripiano superiore erano collocate ben tredici bocche da fuoco, sicché i numerosi cannoni dovevano essere disposti in un modo particolare, distanziati di appena 80 cm. Tuttavia la torre non fu mai molto efficiente dal punto di vista militare, come dimostrarono le prove di tiro successive alla costruzione. Dopo essere stata utilizzata durante la Seconda guerra mondiale dall'esercito italiano è rimasta fino alla fine degli anni '90 in stato di abbandono. È stata completamente recuperata e risanata con un restauro, completato nel 2004, realizzato dal Consorzio Venezia Nuova, nell'ambito dell'Accordo di Programma stipulato tra Comune, Regione, Magistrato alle Acque.
Si tratta di un recupero filologico "moderno", rispettoso dell'assetto architettonico secondo quanto rilevato da documenti di archivio, ma con l'inserimento di strutture totalmente amovibili che ne consentono un uso quotidiano. Il recupero riguarda anche il terreno di pertinenza, gli accessi, gli argini e altri manufatti di difesa militare di epoche successive


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